Lighting the Way

Capita, presto o tardi, di cadere nella tentazione di arrendersi al destino.
Quella sensazione di aver giocato tutte le carte che si avevano a disposizione.
In quei momenti, pensare positivo è la cosa più difficile.
Questo Tumblr è una raccolta di motivi onesti per continuare a sperare.

Razionale

(questo post è stato scritto a quattro mani con Sveva)

Ti sei data dei canoni da rispettare per cercare di stare bene, come se avessi deciso a priori cosa essere, cosa pensare, cosa provare, come provarlo. Hai già deciso cosa andrà bene e cosa no. Sei molto sistematica anche nei sentimenti, al momento. Tutto perchè per smettere di soffrire hai dovuto metterti in una casella. Tutto quello che sta fuori non deve toccarti. Hai deciso di bastare a te stessa e vivi secondo questa idea, ma sono cose già decise, razionalizzate e tutto ciò che ti devia lo elimini, altrimenti diventa un problema. Non stai più male solo perchè hai congelato le emozioni, quelle che crescono nella pancia, e lo sai. E un po’ ti spaventa.

Una delle cose che ho imparato è che vivere è stare aggrappati ad un pendolo. Oscilliamo periodicamente tra avidità e paura. Quando abbiamo paura, ci rifugiamo in ciò che ci da sicurezza. Per alcuni è la ragione, per altri è la fede. Non c’è nulla di male, basta sapere che nulla è eterno. Un giorno, quando non avrai più freddo e sentirai il tepore della primavera, ti verrà naturale toglierti il maglione di lana e lasciare che i raggi solari ti accarezzino la pelle. Succederà, è inevitabile. Ma prima di allora, la razionalità è ciò che ti aiuterà a vivere e a stare in piedi. Anche stare in piedi è importante, prima di ricominciare a correre. Avere sicurezza in noi stessi è la base, perché quando si corre c’è un momento in cui nessuno dei due piedi é attaccato al suolo e la cosa, se ci pensi, un po’ spaventa.


Il sogno

C’è questo libro che raccoglie una sequenza di discorsi e citazioni di Robert Kennedy che si intitola “Il Sogno Spezzato”. L’ho ricevuto in regalo una quidicina d’anni fa. Siccome le idee camminano sulle gambe degli uomini, ne riporto qui un brano, con la speranza che il sogno non sia davvero spezzato, che ci siano ancora uomini e donne che lo porteranno avanti. È dedicato ad un’amica onesta e compagna di viaggio.

Siamo chiari fin dall’inizio: non troveremo né un fine per la nazione né la nostra personale soddisfazione nella mera continuazione del progresso economico, né nell’ammassare senza fine beni terreni. Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, né i successi nazionali sulla base del prodotto interno lordo.
Perché il prodotto interno lordo comprende l’inquinamento dell’aria, la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine. Mette nel conto le serrature speciali con cui chiudiamo le nostre porte, e le nostre prigioni per coloro che le scardinano. Il prodotto nazionale lordo comprende la distruzione delle sequoie e la morte del Lago Superiore. Cresce con la produzione del napalm e missili e testate nucleari, e comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica. Il prodotto nazionale lordo si gonfia per gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte nelle nostre città; e benché non diminuisca a causa dei danni che le rivolte provocano, aumenta però quando si ricostruiscono i bassifondi sulle loro ceneri.
Comprende il fucile di Whitman e il coltello di Speck e la trasmissione di programmi televisivi che celebrano la violenza per vendere merce ai nostri bambini.
E se il prodotto interno lordo comprende tutto questo, molte cose non sono state calcolate. Non tiene conto dello stato di salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro giochi. E’ indifferente alla decenza delle nostre fabbriche e insieme alla sicurezza delle nostre strade. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei nostri matrimoni, l’intelligenza delle nostre discussioni o l’onestà dei nostri dipendenti pubblici. Non tiene conto né della giustizia dei nostri tribunali, né della giustezza dei rapporti tra noi. Il prodotto nazionale lordo non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza, né le nostre conoscenze, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto in breve, eccetto ciò che rende la vita valevole d’essere vissuta.

Robert Kennedy — Discorso a Detroit del 5 maggio 1967

La conchiglia

C’è un aspetto che mi ha sempre colpito del racconto del processo di Gesù di Nazareth e della successiva esecuzione che si trova nel vangelo secondo Luca: il protagonista, pur nell’umana sofferenza, è pervicacemente reticente e rinuncia a difendersi, ad opporsi, a reagire. Al di là di tutto, è la sua vera forza. In questi ultimi anni, spesso mi capita di riconoscere nel tuo sguardo la stessa forza. Incontri il tuo destino senza fiatare, senza replicare, rinunciando a ribellarti per proteggere un disegno più grande.

Ti ammiro e ti detesto, perché riesci ad essere architrave di vite intere e non riesci ad accettare che la mia mano tesa voglia dire che di me ti puoi fidare, che puoi lasciar scorrere la tua paura nella corrente e che questo piccolo squarcio di umanità non comprometterà ciò per cui hai lottato. Sii umana, con me.

Se non riesci a sperare che l’epilogo sarà diverso, almeno chiudi gli occhi e porgimi la mano. Quando me ne sarò andato, apri il pugno ed osserva ciò che contiene. E’ una piccola conchiglia, che raccogliesti sulla spiaggia una volta che camminammo sul bagnasciuga, fuori stagione. Il suo ospite l’ha abbandonata da tempo, eppure la sua bellezza rimane immutata. Ecco, tutta la forza che metti nell’essere scudo per proteggerci è semplice e perfetta come questa piccola conchiglia, è una cattedrale di corallo che manifesterà la sua bellezza anche quando non ci sarai più.

(Fonte: lightingtheway.splinder.com)


Lettera al carroarmato

Apprendo dal blog A Scuola! che una madre interviene a gamba tesa nel rapporto insegnante-studente per difendere la figlia da una presunta ingiustizia riguardo ad un cinque dato in un tema d’italiano. A quanto pare non si tratta di un caso isolato, perciò ho pensato fosse giusto approfondire la questione, tramite una lettera aperta indirizzata a questa madre. 

Cara Signora,

in tutto il periodo in cui sono stato studente, è capitato solo una volta che mia madre parlasse con uno dei miei insegnanti per contestare in qualche modo un voto che mi era stato assegnato. Ricordo che avevo circa l’età di sua figlia e il mio professore d’italiano dell’epoca sostenne che un elaborato che avevo redatto a casa non era opera mia, in quanto era scritto con un linguaggio troppo “da adulto”. In realtà, i miei genitori non erano proprio il genere di persone che si sarebbero prestate ad una pastetta del genere e quindi mia madre si recò dal suddetto insegnante più per difendere se stessa come educatrice che per discolpare il sottoscritto. Per il resto, non accadde mai, perché era del tutto inconcepibile, che mia madre si schierasse a difesa della mia condotta in contrasto ai miei insegnanti. Oggi, da adulto, posso capire ed apprezzare appieno il suo punto di vista e vorrei spiegarle, se avrà la pazienza di leggere questa mia missiva, perché a mio modesto avviso il suo atteggiamento è sbagliato per vari ordini di motivi.

In primis, ritengo ci sia un difetto di fondo nell’interpretazione del sistema dei voti scolastici. Viviamo in una società altamente competitiva, che tende a replicare i propri meccanismi di selezione in tutti i settori, compresa l’educazione, dove la media dei voti è ormai considerato un indice standard di “rendimento”, quasi che sua figlia sia una macchina a vapore o un titolo azionario. Secondo me questo modo di vedere le cose snatura completamente l’obiettivo del voto, in quanto trasforma l’esperienza scolastica in una sorta di rat race il cui unico scopo è il successo personale a qualsiasi costo, dimenticando il vero motivo per cui esiste l’istruzione: diventare persone più consapevoli e apprendere gli strumenti per essere padroni del nostro futuro.

Il sistema dei voti è un ottimo strumento, che ha essenzialmente due scopi: esprimere in modo facilmente sintetizzabile l’andamento del percorso di studi, in modo da fungere da spia di allarme quando c’è un trend negativo, e creare una forma di incentivo che invogli i ragazzi ad applicarsi maggiormente nelle discipline. È del tutto naturale che in una classe di studenti, da ciò scaturisca una normale competizione, che in una certa misura è un fatto positivo. Certo è che se lei minaccia azioni legali ogni qual volta sua figlia riceve un cattivo voto o perde una partita dello sport che pratica al pomeriggio, temo non abbia colto il significato di “in una certa misura”. Tra l’altro l’arbitro di questa partita non ha altri interessi, se non quello di rendere sua figlia una persona migliore, perciò è veramente desolante un tale accanimento.

Tra qualche anno, quando testi scolastici e quaderni saranno un ricordo, ciò che importerà veramente sarà quello che sua figlia sarà in grado di fare, di pensare, di essere. Importerà che quando sua figlia riconoscerà un’ingiustizia sappia scrivere una lettera come questa per esprimere il proprio dissenso, argomentando in modo pertinente le proprie motivazioni. Perciò al di là del voto, ciò che conta veramente è che sua figlia abbia compreso l’analisi del suo elaborato e le eventuali correzioni, che sono il vero valore aggiunto del lavoro di un insegnante, quello che viene svolto dietro le quinte. Ha fatto bene a chiedere una copia dell’elaborato di sua figlia. Parlatene a casa, perché sia un punto di partenza. Le dimostri che un brutto voto non è una tragedia, né una cosa che va presa sotto gamba. Rimarrà sorpresa nello scoprire che sua figlia può fare meglio di così, molto meglio di così.

In secondo luogo, lei che è madre potrà senz’altro apprezzare meglio di me il valore dell’esempio come strumento educativo. Al di là di tutte le parole spese da genitori, insegnanti, allenatori, guide, è in larga parte il loro comportamento ciò che ci definisce. In questo senso, il suo comportamento incarna l’idea che le sorti del gioco si possano mutare con la prevaricazione, che il risultato finale è più importante del rispetto per gli avversari (che nel caso specifico sarebbero i compagni di classe di sua figlia, che hanno ottenuto un risultato senza ricorrere all’aiuto da casa). Soprattutto, è il comportamento di chi non sa accettare una sconfitta e non si assume le proprie responsabilità, di chi pensa che nella vita si possa sempre sfangarla col metodo degli eterni ricorsi. Non sarebbe bello pensare che sua figlia diventerà una persona matura e responsabile grazie al suo buon esempio e non nonostante il suo cattivo esempio?

Spero comprenda che non c’è supponenza nelle mie parole, ma solo il legittimo interesse di una persona che crede che sua figlia e i suoi coetanei siano il nostro futuro e che è nostra responsabilità dar loro gli strumenti per essere i cittadini di domani. È certamente motivo onesto per sperare in un futuro migliore. 

Cordialmente,

Lettera firmata.

(Fonte: lightingtheway.splinder.com)


A colazione

Certi giorni vorresti che non iniziassero mai. Rimani a letto istanti che durano giorni, sperando che le lenzuola nascondano sabbie mobili in grado di inghiottirti senza lasciare traccia. Hai speso tutta l’energia per reagire a questi rampicanti che ti intrappolano le membra in un passato troppo presente e ogni sforzo è teso al semplice essere normale, essere ciò che il mondo si attende da te. Tutto questo e non hai fatto ancora un passo. Nemmeno un singolo passo nella direzione di ciò che vorresti veramente, per te.

Mentre ti osservo immobile e taciturno, seduto sul bordo del materasso, lentamente realizzo che nessun gran discorso infiorettato su come ti vedo io sortirà alcun effetto, salvo un nostalgico sorriso di chi sente parlare di sé al passato. Così vado in cucina e inizio a preparare la colazione e mentre preparo la tua, ci nascondo un piccolo sorriso. Con un po’ di fortuna, te ne accorgerai e vedrai che è lì per te. E’ un indizio. Il primo. Ne troverai altri, oggi, se li cerchi bene. Piccoli fiori che sfidano l’inverno. Sguardi che sono carezze e sguardi che sono sfide. All’inizio saranno loro a cercare te. Penserai a delle coincidenze. Poi comincerai a cercarli, sempre di più, e li troverai, perché saprai come cercare.

È un po’ come quando comprasti la Fiesta e mi dicesti «continuo a notare i cartelli stradali delle officine Ford. Non li avevo mai notati finora». Ti piacerà, il sentirti protetta, sentirti parte di qualcosa. Qualcosa che è un linguaggio universale, ma segreto e bello e deciderai anche tu di farne parte, come gli agenti segreti dell’amore in 1984.

E ora alzati e vieni a fare colazione, che si fredda.

(Fonte: lightingtheway.splinder.com)


Sogni e risposte

Oggi ho ricevuto un messaggio privato da un utente di Splinder:

Per chi sono le cose che scrivi? Per il mare di illuse che girano qui dentro? Con tanti sogni nella testa e tante delusioni nella saccoccia…

Ecco, volevo dirti che avere dei sogni e delle delusioni è perfettamente normale e auspicabile, altrimenti saremmo solo delle api operaie. Le delusioni, per quanto detestabili, sono le tacche sulla cintura, sono la dimostrazione del coraggio di averci provato e di non essersi arresi. E di averci provato ancora. E ancora. È normale, dopo tanti tentativi, sentirsi demotivati. È normale cercare in conforto in parole amiche. Io sono qui, per chi ne ha bisogno, perché il mondo sarebbe un posto più triste e inutile se chi ha solo bisogno di una mano tesa per continuare a sognare e a credere in se stesso trovasse il vuoto. Chi sogna non fa solo un favore a se stesso, ma è una linfa per tutta l’umanità.

Tu parli di illusione, ma la vera illusione è pensare che potrai vivere tutta una vita di rigido pragmatismo senza mai voltarti indietro e renderti conto che ormai è tardi per fare qualcosa solo per il gusto di farla, per decidere di accettare il rischio e buttarti, con gli occhi aperti.

(Fonte: lightingtheway.splinder.com)


Inizio chiedendovi un favore.

madamepsychosis:

Se siete qui e state leggendo e avete un blog, un tumblr, qualsiasi cosa, per favore: diffondete questo pezzo. Non me ne frega un cazzo degli accessi, non me ne frega un cazzo dei commenti, della popolarità - me ne sono sempre stata nel mio angolo a scrivere, a scrivere perché desideravo e desidero farlo. Perché ne ho bisogno. A scrivere in questo mio angolo per condividermi, che fosse con una persona o con cinquecento. Perché alcune delle mie persone importanti le ho conosciute così, leggendo o lasciandomi leggere, gettando sassi alle loro finestre o aprendo le mie a loro. Adesso mi dico: sono stata ingenua. Mi sono data senza pensare. Non voglio avere questo pensiero. Io voglio credere nelle possibilità del mio angolo e degli altri angoli come il mio, voglio credere che sia possibile utilizzare questi angoli per creare senza che qualcuno decida di strapparne dei pezzi, fingerli suoi - rispondere con arroganza a chi faccia loro presente che condividere non equivale a rubare, che quello che scrivo qui è frutto di un lavoro costante, continuo, un lavoro che porto avanti da anni, che mi fa dire di me stessa: scrittore. Mi dicono di non prendermela, che in fondo significa che ci sono decine, centinaia di persone che amano le mie parole, che è un segno - maldestro - di apprezzamento. Mi dicono di prendermela, di minacciare denunce. Non posso non prendermela: non quando i miei sentimenti vengono estrapolati da questo contesto preciso per essere stracciati, truccati di arcobaleni e cuori e unicorni, per una gara al “mi piace”, per un modo superficiale di pensare le cose d’altri. Non posso prendermela: non sono capace di minacciare, mi sembrerebbe di dargliela vinta. So che infilare i miei messaggi nella bottiglia della rete comporta - ha sempre comportato - questo rischio; ma ho sempre creduto in questo non-luogo, ho sempre creduto che anche dove non arriva la legge potesse arrivare il buon senso, o il buon cuore. Voglio continuare a crederlo. Se ho bisogno di voi, adesso, è perché credo che voi siate la parte buona di quest’angolo - non io - e solo voi potete aiutarmi a non smettere di pensare che si possa continuare a darsi senza paura di essere violati - senza avere la possibilità di difendersi, ché, dall’imbecillità di chi non vuole o non può capire non c’è difesa se non la vostra. Ci sono le mie parole, sulle fan page di decine di ragazzi e ragazze su facebook, ma ci sono anche le vostre. Ci sono quelle di rosesandcherubim, ci sono quelle di la paolina, ci sono quelle di millimetrica, ci sono le parole di chissà quanti e quante non ho letto, non conosco. Io non so se capiranno queste parole, se vorranno capirle; ma voglio essere sicura che le leggeranno. Rivoglio la mia rete, rivoglio il mio angolo, rivoglio i vostri.

Via madame psychosis's show

Quassù

Arrampicati fino in cima e vieni a sederti a fianco a me. Da lì sotto si nota solo ciò che manca, ma da qui c’è tutta un’altra vista. Mentre ci cammini, ti sembrano tutti muri invalicabili e portoni chiusi e invece.

E invece arrivi da lontano e la strada che hai percorso è costellata di emozioni e di persone che ti hanno resa quello che sei. Vieni a vedere. Guarda tutte le cose in cui hai messo passione. Hanno lasciato una traccia, che è cosa ben diversa da una retribuzione.

Tu armeggi nelle tasche e ti chiedi cosa t’è rimasto, ma se avessi qualcosa in tasca, vorrebbe dire che non hai speso sempre tutto ciò che la vita ti ha dato, e invece guarda, quello che hai donato al mondo ora è nel mondo. Tu più di chiunque altro sai cosa vuol dire piantare dei semi, annaffiarli con dedizione ed aspettare pazientemente che crescano. A volte è capitato che tu abbia annaffiato troppo, ma mai il contrario.

Lo so che qui si sta bene, si respira una bella aria. Nei giorni in cui il cielo è più terso, si vedono le terre oltre il mare. Ma ora non puoi rimanere. Devi tornare lì giù nella mischia, devi tornare a vivere. Non t’inganno, ti farà ancora male, ma se ti sentirai persa, potrai ricordarti di questa giornata passata ad ammirare tutto quello che sei diventata.




Sorridere

Una volta mi chiedesti se ero contento e io annuii, sorridendo. Eri quasi indispettita da quel sorriso ribelle, ma alla fine mi sorridesti anche tu. Inizia così, la felicità.

È un semplice e provocatorio insulto alle nuvole cariche di pioggia, ai pomeriggi passati ad aspettare, al disprezzo e alla derisione.

Ora il tuo sorriso lo tieni in tasca. Qualche volta lo tiri fuori, lo guardi e ti chiedi se sia davvero il tuo.

Hai solo voglia di piangere. Ti vedo, quando sei travolta da quel pensiero che si infrange contro le tue braccia aperte come la furia di un lago di sconfitte che ha rotto la diga. Vedo i tuoi occhi riempirsi e tracimare.

No. Resta con me. Ricordati di quel sorriso. Tiralo fuori. Ora. E’ un esercizio difficile, lo so, ma devi rimanere aggrappata a quel sorriso, altrimenti un giorno lo dimenticherai nella tasca dei jeans e la lavatrice lo sbiadirà per sempre.

Io ti tengo la mano, se vuoi, ma ci devi provare. Devi chiudere gli occhi, inspirare profondamente e lasciarti cullare da quella piccola te che non ha mai smesso di provarci.

No. Non fare quella faccia da clown. Io voglio un sorriso. Un sorriso come quando alzi leggermente il labbro superiore, come quando ti vergogni d’avermi mostrato con lo sguardo la tua candida sorpresa nello scoprire che tutto può accadere. E’ lì, dietro l’angolo. Un sorriso vero. Uno dei tuoi.

(Fonte: lightingtheway.splinder.com)


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